La giornata era di un caldo umido e afoso, una di quelle che mio padre soleva chiamare africane, in cui l’aria che respiri ti secca le narici e ti senti bruciare dentro e fuori, con l’umido salato sulla pelle e la molesta sensazione di dover soffocare per mancanza d’aria. Quella mattina non mi andava di uscire, ma le cose da sbrigare erano tante e tali che per telefono non avrei risolto nulla o, addirittura, avrei finito per complicarle. Continua