Catalogo

Racconti

Il raconto popolare

Il cuore ricorda e si inonda di nostalgia del passato non per perdersi nel passato ma per trarre stimolo a recuperare ciò che di bello e di buono è andato distrattamente perduto nella inquietudine esagitata del progresso.
Voci del passato ... Memorie ... Echi e sapori dell'anima, fascino di un immaginario che pulsa nei ricordi ...
Sì, le voci di ciascuno attraverso il racconto ... il racconto che, frutto di esperienza, diventa a sua volta strumento efficace di insegnamento. Nel racconto popolare infatti confluivano grani di saggezza maturati attraverso un'esperienza secolare e, mediante il racconto, quei semi si mettevano a dimora nel cuore e nella mente delle giovani generazioni come viatico, a garanzia di una vita migliore.
Attraverso il racconto, infatti, i nostri antenati lasciavano veicolare non solo valori universali ma anche messaggi di utilità pratica, più vicini alla società di quel tempo ma per certi versi validi ancora oggi. Nel linguaggio semplice della parabola è racchiuso il concetto di relatività oltre a quello di assoluto. Il racconto popolare è del genere della parabola ... profondo e universale nel contenuto e nel messaggio. La parabola è un genere d'eccellenza, l'unico che si presta ad essere decodificato a più livelli da tutte le menti dalla più semplice alla più colta. Esso offre materia di insegnamento ai più piccoli e di riflessione profonda ai più grandi. Dallo stato denotativo, quello del significato più immediato ed epidermico, permette di scendere ai livelli connotativi, più profondi, a seconda della maturità del fruitore. Il racconto popolare è polisemico e multidirezionale anche se per la sua apparente semplicità, consorte della parabola, dai cultori della letteratura ufficiale viene relegato tra i generi minori e trascurato.
La bellezza e l'originalità dei racconti da me recuperati, il tocco di genio dell'affabulatore di queste storie è nella chiusa di alcuni racconti, vale a dire nella clausola finale con cui termina il racconto stesso. Poche volte il racconto si chiude con un taglio netto. L'affabulatore racconta con parole essenziali, dilata i significati con intercalari, esclamazioni, toni e gestualità enfatica. Racconta l'immaginario come fatto reale, l'assurdo come norma, partecipa al racconto con lo stesso coinvolgimento di un protagonista, catturando totalmente l'attenzione del bambino. Qualcuno di noi ancora ricorda i brividi di paura e di piacere nell'ascoltare da bambini una storia e quanto disagio si provasse a fine racconto. L'affabulatore lo sapeva e, quando il racconto stava per finire, a seconda del suo intendimento, aiutava l'ascoltatore a planare nella realtà o lo lasciava a mezz'aria con una chiusa ad arte.
Se il messaggio era di vita pratica si faceva esso stesso testimone della storia e concludeva:
" cur' giurn m'acchiebb a passà nnanz alla casa, m' chiamora e m' des'r na pantuccia d' past. Ne tegn arreccat ancora ncununa ..." 
Quel giorno mi trovai a passare vicino alla loro casa, mi chiamarono e mi diedero un fagottino di dolcetti. Ne tengo conservato ancora qualcuno.
È questo un riporto, offerto come esperienza personale, che assolveva ad una duplice funzione: quella di fugare nel bambino ogni dubbio sulla veridicità del fatto narrato e quella di aiutarlo a tornare alla realtà senza apparente interruzione.
Con tale chiusa i contenuti trasmessi dalla fiaba assumevano il valore di vita vissuta ed entravano a far parte del patrimonio esperienziale del bambino stesso. Altre volte, invece, le chiuse tendevano a lasciare il bambino sospeso a mezz'aria, tra il sogno e la realtà, perché quella dimensione costituisse per lui un luogo di evasione dalla realtà, un luogo in cui nutrire i desideri nascosti, i suoi sogni, le sue speranze.
" lu fatt mia ì ditt, se n'ì sciute zitt, zitt;
cimminera cimminera;
ci l'appura c'ì ver? "
Il fatto mio l'ho detto
se n'è andato zitto zitto
ciminiera ciminiera ...
Chi l'appura se è vero?
Altre volte la chiusa voleva sciogliere la tensione accumulata o accentuare il carattere ludico della fiaba con una filastrocca stramba o una  gag popolana:
" na vecchia fec nu pepticchje,
cientcinquanta migghje fu lu tronet,
a Napule accidja nu ciucciariedde e nu vov,
a Roma nu battaglion d suldat,
po respennje la vecchia da la fanteria,
quant'ì valute cuss pesticcje mia"
Una vecchia fece una scorreggina.
Cento cinquanta miglia viaggiò il tuono.
A Napoli uccise un asinello e un bue,
a Roma un battaglione di soldati,
poi rispose la vecchia dalla fanteria:
Quanto è valsa questa scorrggina mia!.

Queste chiuse, quanto mai sorprendenti ed originali, potrebbero essere oggetto di maggiori approfondimenti. Sta di fatto che, alla luce della mia esperienza, appaiono assenti in raccolte ben più conosciute (ad eccezione dell'asettica "stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che ho detto la mia") mentre sono ricorrenti nei racconti recuperati a testimoniare non solo l'arguzia, la perspicacia e la sensibilità dell'affabulatore di turno ... un Popolo che ha dato un'anima al nostro paese, ne ha costruito il futuro, anche nello spazio angusto delle quattro mura, con saggezza, praticità, caparbietà e tolleranza. Radici di cui andare orgogliosi, radici che celebrano e cantano la piccola e grande epopea del nostro paese nel silenzio dell'anonimato.